«Didone Liberata» di Salvatore Conte
Dramma teatrale in quattro Atti
«Dido (Elissar) Delivered» an Italian Drama in 4 Acts by Dr. Salvatore Conte

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Con note di Carneade
Opera depositata presso la Società Italiana degli Autori ed Editori
Sezione OLAF
© 2003,
Salvatore Conte

Parte 1di 4 del documento
seguente

Lo stemma di Dott. S. Conte
Carthage was founded as a Phoenician settlement. Elissa (Elissar) -- Dido was the founder of the city and became its queen after she escape from Tyre with a group of her supporters, from her brother Pygmalion. He was the King of Tyre and ill-disposed to share power with her. Her mythological story with Aeneas and Jarbas, King of Massils and Getules, ended in her suicide. However, that showed what a strong woman she was and how well suited to reign over the Carthaginian people. This made her an object of reverence and imitation in subsequent centuries. Carthage had to experience the shoah and the havoc that ensued in later centuries. It is difficult to imagine, apart from the strong emotion that wrongs the heart of any visitor, that Carthage contained the richest and most beautiful port of the ancient world as described by Appian. In its heyday, the City may have had more than half a million inhabitants.

«Didone Liberata» - abstract:

Il nostro lavoro, grazie al ruolo attivo del narratore, Carneade, ripercorre l'intero corso dell'Eneide virgiliana, espungendo dai principali eventi del Poema, l'influsso concreto del Fato e delle divinità pagane (in quanto entrambi supposti inesistenti), il cui ruolo indiretto viene comunque riproposto attraverso la fede pagana di Enea e dei suoi contemporanei.

Nel nostro trattamento inoltre, le due parti fondamentali dell'Eneide (la prima, riferibile all'Odissea omerica, così come la seconda all'Iliade), sono tra loro molto più strettamente connesse ed interdipendenti, grazie al ruolo di Didone.

Il testo è arricchito da citazioni e stimoli concettuali tratti dal libretto dell'Opera lirica, «La Didone» (1641), di Giovan Francesco Busenello, insigne poeta e giurista veneziano, più noto per il libretto de «L'Incoronazione di Poppea», musicata dal Monteverdi.

Argomento: si annuncia l'intenzione di tramare un complotto contro il Fato. Si invita il pubblico a biasimare o a complottare.

Primo Atto: monta il dramma di Didone (citazioni da Virgilio e Busenello, attraverso i rispettivi personaggi, evocati da Carneade); introduzione di Cadmo, il Capitano delle Guardie; e di Licorida, di lui invaghita.

Secondo Atto: come il Rinaldo del Tasso, il nostro Cadmo sventa il suicidio dell'eroina: lì Armida, qui Didone; ma a differenza del primo, egli non ne è stato amante; ed il suo intervento non risolve lo stato di abbandono interiore di lei; infine egli non è sostenuto da consapevole fede cristiana.

Terzo Atto: Enea scende, in sogno, nell'Averno pagano. Egli cerca Didone tra i suicidi e tra coloro che fecero leggi per denaro, ma non la trova. Didone, per suo verso, è tuttora innamorata di Enea. Ella riceve una decisiva missione da due anime giuste, dissimulate sotto le spoglie divine di Apollo e Minerva (profezia sulla caduta dell'Impero Romano). Sviluppo del personaggio di Sicheo, la cui Ombra appare a Cadmo, ed infine ad Enea.

Quarto Atto: Didone interviene nel «nefandum bellum» tra Latini e Troiani. Marte, anima dannata, la induce in tentazione, e infine la maledice. Aruspicio. Riproposizione «circolare» dell'incontro tra Enea e Didone del VI Libro, in un contesto reso accuratamente assimilabile all'originale. Per questa via, confronto psicologico tra i protagonisti, e mutamento della loro relazione interpersonale. Ulteriori esiti (effetti sull'Impero Romano; utopia universale; «giustizia e libertà per tutti»).

"Dido Delivered" - abstract:

Our work, thanks to the active role of the narrator, Carneade, considers the whole course of Virgil's Aeneid, expunging from the principal events of the poem. It contains concrete influence of fate and pagan deities (both supposed nonexistent); however, their indirect role shows up in the storyline through the pagan faith of Eneas and his contemporaries.

In our treatment, besides the two fundamental parts of the Aeneid (the first shaped on Homer's Odyssey and the second one on the Iliad), are much more tightly connected and interdependent, thanks to the role of Dido.

The text is enriched by quotations from the Lyric Opera "La Didone" (1641), by Giovan Francesco Busenello, Venetian poet and jurist, more known for the text of "The Crowning of Poppea", with music by Monteverdi.

Prologue: Carneade announces his intention to conspire against Fate. The public is invited to put the blame or to conspire.

First Act: It expands on Dido's drama (quotations from Virgil and Busenello, through the respective characters, are invoked by Carneade); introduction of Cadmus, the Captain of the Royal Guards; and of Licorida, fallen in love (not seriously) with him.

Second Act: Like Rinaldo of Torquato -- Tasso's "Jerusalem Delivered" -- Cadmus saves the heroin from suicide: Armida, unlike Dido, whom Cadmus wasn't in love with. His intervention, however, does not resolve her state of internal abandonment and is unaware of her Christian faith.

Third Act: Eneas descends in a dream to Pagan Hades. He looks for Dido among those who committed suicide and those people who made legislation for money, but he can't find her. Dido is still in love with Eneas. She receives a decisive mission from two correct souls, disguised as Apollo and Minerva (prophecy about the fall of the Roman Empire). Thereafter the development of the character Sicheus (Dido's dead husband), takes place. His ghost appears to Cadmus, and finally to Eneas.

Fourth Act: Dido intervenes in "nefandum bellum" (the nefarious war) between Latins and Trojans. The damned soul of Mars induces her into temptation, and he finally curses her. Feigned Pagan divination (aruspicio) takes place by Dido. There is a meeting between Eneas and Dido, as it takes place in the Aeneid's Sixth Book, in a context carefully assimilated to the original. Thus, psychological comparison is made between the protagonists and change of their relationship. Ulterior results are produced (outcomes on Roman Empire; universal utopia; justice and freedom for all).

Personaggi (in ordine di apparizione):

  • Carneade, il narratore (ove implicito, l’azione segue le sue parole)
  • Virgilio, il Sommo Vate (in corsivo grassetto, i passi originali dell’Eneide, di Publio Virgilio Marone - 70/19 a.C., con traduzione di Annibal Caro - 1507/1566 d.C.)
  • Enea, Eroe troiano
  • Didone, Regina di Cartagine
  • Cadmo, Capitano delle Guardie reali di Cartagine
  • Iarba, Re dei Getuli
  • Licorida, nobildonna cartaginese
  • Anna, sorella di Didone
  • Busenello, insigne letterato e giurista veneziano (in corsivo sottolineato, i passi originali de La Didone, di Giovanni Francesco Busenello - 1598/1659 d.C.)
  • Palinuro, compagno di Enea e suo timoniere
  • Creùsa, defunta sposa di Enea
  • Deifobe, Sibilla cumana
  • Anchise, defunto padre di Enea
  • Ilioneo, compagno di Enea e suo ambasciatore
  • Apollo, Dio della Pace
  • Minerva, Dea della Saggezza
  • Sicheo, defunto sposo di Didone
  • Marte, Dio della Guerra
  • Pigmalione, fratello di Didone
  • Eurialo, giovanissimo compagno di Enea
  • Niso, giovane compagno di Enea
  • Cortigiani, cittadini e guardie di Cartagine, compagni di Enea, Ombre dell’Averno, assassini

Scene (in ordine di rappresentazione):

  • Mantova (ai tempi d’oggi)
  • Cartagine (ai tempi antichi della Guerra di Troia; così le seguenti)
  • nave di Enea, sul lungocosta cumano
  • la Foce del Tevere
  • i Colli Albani, presso la futura Roma
  • la bassa Valle del Tevere, presso Pallanteo

Argomento

Qui cantiam dell’uman vicenda.
Partiam da favola che partì da mito ch’era partito da istoria.
E se qui cantiam favole, cos’è invero l’uman vicenda?
Davvero possiam dire che nessun di questi attori è mai stato storia?
E che mai lo sarà?
E che non è cronaca oggi, adesso?
Ché l’uman vicenda scorre infinita.
Sempre coerente a sé, eppur sempre da sé diversa.
E se il Fato complottò in quel di Cartagine contro gli uomini,
noi oggi da esso liberati complottiam contro tal Fato.
Questo dunque il mio compito.
Chi vuol complottar con me, ebben complotti.
Chi ne riceva scandalo, ebben mi biasimi.
Ché ognun è stato fatto per aver propria coscienza e proprio ingegno.
Or dunque non m’occor soggiunger di più.
Chi tra noi non è informato dell’arte di un tal Virgilio?
Può dirsi qualcuno ignaro di tal Enea?
E vi è chi disconosce tal Didone?
E se pur v’è alcuno, io l’aspetto.
O che cominci da qui.
E vada poi a ritroso.
O piuttosto avanti.
Ché l’uomo deve ancor lottare per liberarsi vieppiù dal Fato…

Atto Primo (in sei scene)

Scena Prima

Campi nei dintorni di Mantova1. Ai tempi d ’oggi.

(Entra Carneade. Indugia. Vaga incerto sulla scena. Torna ad indugiare)

Carneade: «Oh Cantor di Roma, e Sommo Vate dell’Umanità tutta…
Che travalicasti il mare e le alte cime, per giunger ai popoli del tuo tempo, ed i millenni, per giunger fino a noi.
Lascia or che il destino complotti contro gli Dei…
Possessor de la chiave de l’anima nostra, estorsor di sentimenti…
Non biasimar la mia meschina penna, perché non son Vate, e nemmen Poeta.
E non fermar la mia mano, perché son certo che tu l’approvi.
Or dunque, Virgilio, Sommo Vate, io Carneade, ti invoco: lasciami complottare contro il Fato, e non dolerti di rispondere ad un carneade dell’epoca mia».

(Entra Virgilio)

Virgilio: «Non son io, padron del Fato; e la opera mia non è che la vita mia, in dono de l’Umanità tutta.
Ivi compreso Carneade di Cirene2, e gli altri tutti che seguirono numerosi.
E ricorda al tuo tempo che non ho scritto una volta per tutte, ma tutte le volte in una sola.
Non ho scritto una volta per tutte.
Eppure ho scritto una volta per sempre».

Carneade: «Maestro, il nostro tempo è indaffarato in ben altro.
Ben altro ora si legge e ben altro si guarda.
La tua Opera è più rara nelle nostre librerie di quanto non fu nella più remota delle Legioni di frontiera.
E l’attenzione nelle nostre scuole è minore di quella che ebbero per essa le illitterate tribù poste oltre i confini».

Virgilio: «Tu stesso hai inteso dire, poco addietro, che il destino non è più segnato dagli Dei.
Che gli uomini scelgano dunque cosa leggere e cosa guardare.
Forse il mio tempo è finito, così come quello delle mie amate creature».

Carneade: «Nel presente la Fama è effimera; nella storia la Fama è imperitura.
E tu vieni a noi da molto lontano.
Tu esorti gli uomini a sceglier da soli le loro lettere.
E molti di essi lo fanno senza sapere che tu le rendesti perfette all’uso.
Quale figlio è così irriconoscente al padre suo?
Tua è la lingua sublime che il nostro tempo parla.
E pur la penna senza inchiostro delle macchine, persevera ostinata nell'usarla.
Tua, urbis et orbis lingua.
Tuo, the internet language.
Ed or ti prego, Maestro: prepara tu stesso la scena, con l’arte tua».

Virgilio: «Cosa brami cantare nell’opera tua?».

Carneade: «Io canto dell’infelice Elissa3, da Tiro4 giunta esule sulle coste d’Africa».

(Virgilio alza il palmo della mano destra, e la scena cambia)

Cartagine. Ai tempi antichi del suo primo sviluppo.

Virgilio: «Sì grande Regina vuoi cantare?
Lascia ad Enea questo dovere…».

(Virgilio protende il palmo della mano destra verso l’alto. Entrano Enea e Didone; il primo si rivolge alla seconda)

Enea5:
«Quegli che voi cercate, Enea troiano,
son qui, dal mar ritolto. A te ricorro,
vera regina, a te sola pietosa
de le nostre ineffabili fatiche.
Tu noi, rimasi al ferro, al fuoco, a l'onde
d'ogni strazio bersaglio, d'ogni cosa
bisognosi e mendíci, nel tuo regno
e nel tuo albergo umanamente accogli.
A renderti di ciò merito eguale
bastante non son io, né fôran quanti
de la gente di Dardano discesi
vanno per l'universo oggi dispersi.
Ma gli dèi (s'alcun dio de' buoni ha cura,
se nel mondo è giustizia, se si truova
chi d'altamente adoperar s'appaghe)
te ne dian guiderdone. Età felice!
Avventurosi genitori e grandi
che ti diedero al mondo! Infin che i fiumi
si rivolgono al mare, infin ch'a' monti
si giran l'ombre, infin c'ha stelle il cielo,
i tuoi pregi, il tuo nome e le tue lodi
mi saran sempre, ovunque io sia, davanti».

Virgilio: «Ma qual complotto tu trami, Carneade?».

(Enea e Didone escono)

Carneade: «Or che complotto sarebbe se ti fosse tosto svelato?
Ma oltre al complotto di Busenello, io assommo la colpa della mia arte meschina».

Virgilio: «Eppur non mi dolsi con quel raffinato avvocato di Venezia.
Ché giusto riguardo ebbe per la mia creatura.
E irriverente fu non verso di me, ma verso coloro che, ogni dove, guardano alla poesia come a superficie cristallizzata.
Ferma ed immobile come palude stigia6».

Carneade: «Allor tu m’incalzi, Vate; ed io ti esorto ancor a preparar la scena al complotto».

Virgilio7:
Arde Dido infelice, e furïosa
per tutta la città s'aggira e smania:
qual ne' boschi di Creta incauta cerva
d'insidïoso arcier fugge lo strale
che l'ha già colta; e seco, ovunque vada,
lo porta al fianco infisso. Or a diporto
va con Enea per la città, mostrando
le fabbriche, i disegni e le ricchezze
del suo novo reame; or disïosa
di scoprirgli il suo duol, prende consiglio:
poi non osa, o s'arresta. E quando il giorno
va dechinando, a convivar ritorna,
e di nuovo a spïar de gli accidenti
e de' fati di Troia, e nuovamente
pende dal volto del facondo amante.
Tolti da mensa, allor che notte oscura
in disparte gli tragge, e che le stelle
sonno, dal ciel caggendo, a gli occhi infondono;
dolente, in solitudine ridotta,
ritirata da gli altri, è sol con lui
che le sta lunge, e lui sol vede e sente.
Talvolta Ascanio, il pargoletto figlio
per sembianza del padre in grembo accolto,
tenta, se cosí può, l'ardente amore
o spegnere, o scemare, o fargli inganno.
Le torri, i templi, ogn'edificio intanto
cessa di sormontar; cessa da l'arme
la gioventú. Le porte, il porto, il molo
non sorgon piú; dismesse ed interrotte
pendon l'opere tutte e la gran macchina
che fea dianzi ira a' monti e scorno al cielo.

(Escono)

Scena Seconda

Cartagine. Reggia di Didone.

(Entrano Didone e Cadmo)

Didone: «Mio fedele Cadmo, che da lungo tempo vegli su di me; il giorno e la notte, e ognor; che cosa scruti nel cuore della tua Regina?».

Cadmo8: «Io non scruto voi, ma le minacce che la vostra grandezza attira sul vostro capo».

Didone: «Neppure uno sguardo tu dedichi alla tua Regina?».

Cadmo: «Come potrei rifiutare la mia vista alla stella più splendente di Cartagine?
E perché affligger tal senso, negandogli tal splendore?».

Didone: «Parla dunque, senza che io ti preghi».

(Cadmo la osserva)

Cadmo: «Io vedo che la luce di tal stella è all’apogeo del suo splendore.
Ma vedo pure che tal luce mi giunge adombrata.
E velata.
Essa è resa opaca da densa foschia».

(L’uomo agita la mano destra come per dissipare l’immaginaria foschia)

Didone: «Il tuo occhio è d’aquila, così come il tuo braccio è di leone».

Cadmo: «Ma io ho parlato contro la mia volontà, perché non è questo il mio compito».

Didone: «Non vedi nessun’altra luce brillare intorno a te?».

Cadmo: «Sì, invero, ve n’è un’altra».

Didone: «E’ la tua lingua restia a sciogliersi o il tuo cuore restio a palpitare?».

Cadmo: «Entrambi lo sono».

Didone: «Capitan Cadmo, abbandona il tuo compito, giacché non è la mia incolumità che mi tormenta.
E va dalla nobile Licorida, perché ella ti attende luminosa.
Qual uomo di Cartagine può dire di non invidiarti?».

Cadmo: «Voi mi recate offesa, mia Regina, poiché mi private del compito più prezioso, senza denunciare la mia colpa.
E intendete guidare il mio sguardo oltre le mie intenzioni, fidando di plasmare lo spirito come fosse materia».

Didone: «Nobile Cadmo, come potrei volere ciò che tu lamenti?
Molte stagioni sono ormai trascorse da che tu fosti la mia spada sempre sguainata.
Contro i nemici dichiarati e contro quelli mascherati.
Con maschera d’amici.
Contro le insidie ostentate nel giorno e contro quelle celate nell’ombra.
L’ombra del complotto.
E nulla, in verità, chiedesti per i tuoi inestimabili servizi.
Deve or forse il tuo compito divenire anche causa della tua infelicità?».

Cadmo: «Non è da esso che attingo le mie speranze e le mie delusioni, ma è da esso che attingo il mio orgoglio.
Solo il vegliare sulla vita della grande Regina di Cartagine, fa di me quello che voglio essere».

Didone: «Rimani dunque ciò che vuoi essere, Cadmo, ma non potrai dolerti quando la luce di Licorida lascerà il tuo firmamento».

(Escono)

Scena Terza

Dintorni di Cartagine.

(Entra Virgilio)

Virgilio9:
Ella si fece
moglie chiamar d'Enea; con questo nome
ricoverse il suo fallo; e di ciò tosto
per le terre di Libia andò la Fama.
È questa Fama un mal, di cui null'altro
è piú veloce; e com' piú va, piú cresce;
e maggior forza acquista. È da principio
picciola e debil cosa, e non s'arrischia
di palesarsi; poi di mano in mano
si discopre e s'avanza, e sopra terra
sen va movendo e sormontando a l'aura,
tanto che 'l capo infra le nubi asconde.
Dicon che già la nostra madre antica,
per la ruina de' Giganti irata
contr'a' celesti, al mondo la produsse,
d'Encèlado e di Ceo minor sorella;
mostro orribile e grande, d'ali presta
e veloce de' piè; che quante ha piume,
tanti ha sotto occhi vigilanti, e tante
(meraviglia a ridirlo) ha lingue e bocche
per favellare, e per udire orecchi.
Vola di notte per l'oscure tenebre
de la terra e del ciel senza riposo,
stridendo sempre, e non chiude occhi mai.
Il giorno sopra tetti, e per le torri
sen va de le città, spïando tutto
che si vede e che s'ode: e seminando,
non men che 'l bene e 'l vero, il male e 'l falso
di rumor empie e di spavento i popoli.
Questa, gioiosa, bisbigliando in prima,
poscia crescendo, del seguíto caso
molte cose dicea vere e non vere.
Dicea, ch'un di troiana stirpe uscito,
venuto era in Cartago, a cui degnata
s'era la bella Dido esser congiunta.
Queste e cose altre assai, la sozza dea
per le bocche degli uomini spargendo,
tosto in Getulia al gran Iarba pervenne;

(Ad un cenno di Virgilio, entra Iarba)

e con parole e con punture acerbe
sí de l’offeso re l’animo accese,
ch’arse d’ira e di sdegno. Era d’Ammone,
e de la garamantide Napea,
già rapita da lui, questo re nato,
onde a Giove suo padre entro a’ suoi regni
cento gran templi e cento pingui altari
avea sacrati, e di continui fochi
mantenendo agli dèi vigilie eterne
di vittime, di fiori e di ghirlande
gli tenea sempre riveriti e cólti.
Ei sí com’era afflitto e conturbato
da l’amara novella, anzi agli altari
e fra gli dèi, le mani al cielo alzando,
cotali, umile insieme e disdegnoso,
porse prieghi e querele:

(Virgilio indica Iarba con il palmo della propria mano)

Iarba:
«Onnipotente
padre, a cui tanti opimi e sontuosi
conviti, e di Lenèo sí larghi onori
offrisce oggi de' Mauri il gran paese,
vedi tu queste cose? o pure invano
tonando e folgorando ci spaventi?
Una femina errante, una che dianzi
ebbe a prezzo da me nel mio paese,
per fondar la sua terra un picciol sito:
una ch'arena ha per arare, ha vitto,
loco e leggi da me, me per marito
rifiuta; e di sé donno e del suo regno
ha fatto Enea. Questo or novello Pari
mitrato il mento e profumato il crine,
va del mio scorno e del suo furto altero:
ed io qui me ne sto vittime e doni
a te porgendo, e son tuo figlio indarno».

(Escono)

Scena Quarta

Cartagine.

(Entrano Cadmo e Licorida. La donna si avvicina all’uomo)

Licorida10: «Prode Cadmo, per qual motivo ti ostini ancora a fuggirmi?
Non t’accorgi tu, che la tua Regina è ben presa d’altro?».

Cadmo: «Non son queste le materie su cui io son chiamato a vigilare, nobile Licorida».
Licorida: «E la Fama nefasta che ella porta sul nostro popolo: neppur questa cattura il tuo interesse?».

Cadmo: «Guardati dalla sozza Dea, Licorida, giacché essa parla per bocca degli stolti e viene udita dalle orecchie dei falsi profeti».

Licorida: «E tu Cadmo, seguirai la malasorte della tua Regina, senza neppur trarne vantaggio come l’astuto Troiano?
Or si dice pure, che la furia di Re Iarba sia indicibile; tuttavia i suoi doni perduti sono ben poca cosa se confrontati alla tua vana fedeltà».

Cadmo: «Prosaica Licorida!
Monda la bocca dalle tue parole, e sottraiti al mio sguardo».

(Licorida esce)

Cadmo: «Infida Licorida: tu vuoi far vacillar la mia fede, per trarne vantaggio al pari del Troiano.
Tu già disprezzi la tua Regina, eppure ella intende ancor assecondare i tuoi disegni, per l’affetto che ti porta.
L’Eroe teucro11 la illude.
Il Pretendente getulo12 le rinfaccia i suoi vani doni e brama vendetta.
Il suo popolo è già dimentico della prospera città che ella ha costruito.
Ed i suoi ingrati cortigiani spargono la menzogna con mani solerti.
Dove sei Giunone13? Anche tu abbandoni Didone?
Generosa Dido, Regina mia, meraviglia di Cartagine, la tua anima pura spaventa uomini e Dei.
Essi hanno smania di abbandonarti perché tu vivi forestiera su questo mondo.
Anna… fortunata sorella sua, sangue suo, cui tutto lei ti confida, tu sola potresti sciogliere la sua anima soggiogata.
Ma quanto sei diversa tu dalla tua nobile sorella!
Speranza vana la mia, perciò.
E a me Cadmo, mai, invero, Dido tu ti avvicini, mai confidi i tuoi pensieri e l’animo tuo; così che io li scruto da lontano, ma invano posso raggiungerli.
Io son solo una guardia della tua Reggia.
Cosa possono i miei sforzi contro i tuoi potenti nemici, i tuoi infidi amici, la volubilità del tuo popolo, e le bizzarrie degli Dei?
Eppur Cadmo seguirà la tua sorte, perché anch’egli è esule da Tiro, e mai più troverà un’altra città che possa vantar tal meraviglia di Signora.
Or dunque sigillerò le tue mura, serrerò la tua stanza, diffiderò del più mite dei tuoi cortigiani, della più futile bizzarria del caso, conterò i tuoi biondi capelli il giorno, e ne seguirò la traccia luminosa la notte.
Fin che Giove Onnipotente non mi colpirà coi suoi strali, io, Cadmo, veglierò su di te, Didone, meraviglia mia!».

(Esce)

Scena Quinta

Cartagine. Reggia di Didone.

(Entra Virgilio)

Virgilio14:
La sfortunata Dido, poiché tronca
si vide ogni speranza, spaventata
dal suo fato, e di sé schiva e del sole,
disïò di morire; e gran portenti
di ciò presagio e fretta anco le fêro.
Ella, mentre a gli altari incensi e doni
offria devota (orribil cosa a dire!),
vide avanti di sé cogli occhi suoi
farsi lurido e negro ogni liquore,
e 'l puro vin cangiarsi in tetro sangue:
e 'l vide, e 'l tacque, e 'nfino a la sorella
lo tenne ascoso. Entro al suo regio albergo
avea di marmo un bel delúbro eretto,
e dedicato al suo marito antico.
Questo con molto studio, e molt'onore
fu mai sempre da lei di bianchi velli
e di festiva fronde ornato e cinto.
Quinci notturne voci udir le parve
del suo caro Sichèo che la chiamasse;
e nel suo tetto un solitario gufo
molte fïate con lugúbri accenti
fe' di pianto una lunga querimonia.
Oltre a ciò da l'antiche profezie,
da pronostici orrendi e spaventosi
de la vicina morte era ammonita.
Vedeasi Enea tutte le notti avanti
con fera imago, che turbata e mesta
la tenea sempre. Le parea da tutti
restare abbandonata, e per un lungo
e deserto cammino andar solinga
de' suoi Tiri cercando. In cotal guisa
le schiere de l'Eumènidi vedea
Pèntëo forsennato, e doppio il sole
e doppia Tebe. In cotal guisa Oreste
per le scene imperversa, e furïoso
vede, fuggendo, la sua madre armata
di serpenti e di faci, e 'n su le porte
le Furie ultrici. Or poi che la meschina
fu da tanto furor, da tanto affanno
oppressa e vinta, e di morir disposta,
divisò fra se stessa il tempo e 'l modo:

(Ad un cenno di Virgilio, entrano Didone e Anna)

ed Anna, sí com'era afflitta e mesta,
a sé chiamando, il suo fiero consiglio
celò nel core, e nel sereno volto
spiegò gioia e speranza:

(Virgilio indica Didone con il palmo della propria mano)

Didone:
«Anna,
rallegrati con me, che al fin trovato
ho com'io debba o racquistar quell'empio,
o ritôrmi da lui. Nel lito estremo
de l'Oceàn, là dove il sol si corca,
de l'Etïopia a l'ultimo confino,
e presso a dove Atlante il ciel sostiene,
giace un paese, ond'ora è qui venuta
una sacerdotessa incantatrice,
che, massíla di gente, è stata poi
del tempio de l'Espèridi ministra,
e del drago nudrice, e de le piante
del pomo d'oro guardïana un tempo.
Questa, d'umido mèle e d'oblïosi
papaveri composto un suo miscuglio,
promette con parole e con malíe
altri sciôr da l'amore, altri legare,
com'a lei piace; distornare i fiumi,
ritrar le stelle, e convocar per forza
le notturne fantasme. Udrai la terra
mugghiar sotto a' tuoi piè. Vedrai da' monti
calar gli orni e le querce. Io per gli dèi,
per te, per la tua vita a me sí cara,
ti giuro, suora mia, che mal mio grado
m'adduco a questi magici incantesmi;
ma gran forza mi spinge. Or va, sorella;
scegli per entro a le mie stanze un luogo
il piú remoto e solo, a l'aura esposto.
Ivi ergi una gran pira, e vi conduci
l'armi che a la mia camera sospese
lasciò quel disleale, e quelle spoglie,
in somma ogni suo arnese. Ché la maga
cosí m'impone, e vuol ch'ogni memoria,
ogni segno di lui si spenga e pèra».

Virgilio:
Cosí detto, si tacque, e di pallore
tutta si tinse. Non però s'avvide
Anna che sotto a' nuovi sacrifici
si celasse di lei morte sí fera:
ché sí fero concetto non le venne,
e non temé che peggio le avvenisse
che in morte di Sichèo. Tosto fe' dunque
quel ch'imposto le fu.

(Escono)

Scena Sesta

Cartagine. Reggia di Didone.

(Entra Carneade)

Carneade: «Dove sei illustre Busenello? Io ti invoco, Maestro.
Raggiungi, se ti è gradito, dalla tua Venezia15 questo luogo, ché a te più nessun limite di spazio è imposto.
E non dolerti di rispondere ad un carneade dell’epoca mia».

(Entra Busenello)

Busenello: «Già seguivo il tuo complotto, Carneade, ma il saggio Iarba16 all’opera per la buon causa non vedo.
Sarà dunque gettata invano l’ancora della speme?».

(Busenello protende il palmo della mano destra verso l’alto. Entra Didone)

Didone17:
«L’ancora della speme,
De’ pianti il mare insano
Qualor ondeggia e freme,
Non mai si getta in vano,
Ch’amor nel mezzo ai casi disperati
I porti più felici ha fabbricati».

Carneade: «Or dunque pazienti il tuo genio, che pur istigò in me l’idea del complotto.
Perché anch’io scrivo, tuttavia meschino, per schiffar al par tuo.
Ma per vie complesse io procedo, e non per accasamenti18.
E dei buoni uffici di Mercurio19, io non mi curo20.
Piuttosto concedi le tue sapienti parole all’opera mia, io a te per ciò ben grato, con profferta di scuse per il mio dir sfrontato».

Busenello: «E sia allora.
Ché certo non sarò io a biasimarti pel tuo complotto.
Purché esso abbia buona causa…
…Nondimeno t’avverto, Carneade.
A tal riguardo, non fui proprio io21 a dire queste cose tra i primi?

(Sembra sforzarsi di richiamare qualcosa alla mente; infine ostenta la propria citazione)

Non possono i poeti a questi dì
Rappresentar le favole a lor modo:
Chi ha fisso questo chiodo,
Del vero studio il bel sentier smarì.

(Cambia atteggiamento)

Ma veniamo all’oggi.
Ed or pazienterò ancor per poco, perché la bella Regina è già lì che freme per pungersi il petto…
Non la vedi, Carneade?».

(Ad un cenno di Busenello, Didone prende la parola)

Didone22:
«M’additeranno i sudditi per vile
Concubina di Enea;
Mormoreran le genti
La mia dissolutezza.
Ma se fosser pur anco
Le genti senza lingua,
Le penne senza inchiostri,
Muta la fama, e i secoli venturi
Senza notizia degli obbrobrii miei,
Basta la mia conscienza,
Che sempre alza i patiboli al mio fallo.
Ho sodisfatto al senso,
Alla ragione si sodisfi ancora;
E se me stessa offesi,
Or vendico me stessa.
Ferro, passami il core,
E se trovi nel mezzo al core istesso
Del tuo padrone il nome,
No ’l punger, no ’l offender, ma ferisci
Il mio cor solo, e nella stragge mia
Sgorghi il sangue, esca il fiato,
Resti ogni membro lacerato e offeso,
Ma il bel nome d’Enea,
Per cui finir convengo i giorni afflitti,
Vada impunito pur de’ suoi delitti.
Cartagine, ti lascio.
Spada, vanne coll’elsa e ’l pomo in terra,
E nel giudicio della morte mia
Chiama ogn’ombra infernal fuor degli abissi.
E tu, punta cortese,
Svena l’angoscie mie,
Finisci i miei tormenti,
Manda il mio spirto al tenebroso rio:
Empio Enea, cara luce, io moro, a Dio».

Busenello: «E se il mio Iarba, tu davver impazzir facesti, io stesso sarò qui a pronunziar le savie parole sue23:

(Ad un cenno di Busenello, Didone si accascia a terra)

"O Dei, che veggio? O Dei, questi non sono
Gl’essempi e gl’argomenti
Onde gl’uomini frali
Vi credono immortali!
Vesta, Giunon, Diana,
La vostra eternitade è certamente
Titolo morto, e favola dipinta,
Se la Dea delle Dee rimane estinta.

(Rivolto al cielo)

Ohimè! Vidi ben’io, luci mie belle,
A tramontar non a morir le stelle.
Perdonami, destino,
I tuoi celesti aspetti impazienti
D’aver in terra un paragon sì bello,
Dubitando che il mondo un dì l’adori,
L’hanno estinto infelice;
Così da sua superbia il Ciel commosso
A puntigliar con la natura nostra
Per ragione di Stato
Sì bel corpo ha svenato".

(Busenello esce. Didone si rialza e cammina sulla scena, angosciata e frenetica. Carneade rinviene una spada e la consegna alla Regina)

Carneade: «La scena è dunque pronta.
Il sangue della purissima Didone, pur pronto.
Pronto infin il fatal ferro dell’Eroe troiano.
Or i corvi si alzino, ed i capi si abbassino.
Perché la Regina di Cartagine sta per morire!».

(Sipario)----------

Atto Secondo (in quattro scene)

Scena Prima

Cartagine. Reggia di Didone. Di notte.

(Entra Virgilio)

Virgilio24:
Era la notte; e già di mezzo il corso
cadean le stelle; onde la terra e 'l mare,
le selve, i monti e le campagne tutte,
e tutti gli animali, i bruti, i pesci,
e i volanti e i serpenti e ciò che vive
avea da ciò che la lor vita affanna
tregua, silenzio, oblio, sonno e riposo.

(Al cenno del Vate, entra Didone; ora priva di spada, veste tunica chiara da notte)

Ma non Dido infelice, a cui la notte
né gli occhi grava, né 'l pensiero alleggia;
anzi maggior col tramontar del sole
in lei risorge l'amorosa cura:
e non men che d'amor, d'ira avvampando,
cosí fra sé farnetica e favella:

(Virgilio indica Didone con il palmo della propria mano)

Didone:
« E che farò cosí delusa poi?
Chi piú mi seguirà de' primi amanti?
Proferirommi per consorte io stessa
d'un Zingaro, d'un Moro, o d'un Aràbo,
quando n'ho vilipesi e rifiutati
tanti e tai, tante volte? Andrò co' Teucri
in su l'armata? Mi farò soggetta,
di regina ch'io sono, e serva a loro?
Sí certo, che gran pro fin qui riporto
de le mie loro usate cortesie;
e grado me n'avranno, e grazia poi.
Ma ciò, dato ch'io voglia, chi permette
ch'io l'eseguisca? Chi cosí schernita
volentier mi raccoglie? Ahi sfortunata
Dido! ch'ancor non vedi a che sei giunta,
e le frodi non sai di questa iniqua
schiatta di Laomedonte. E poi, che fia
per questo? Deggio sola in compagnia
di marinari andar femina errante?
o condur meco i miei Fenici tutti
con altra armata? e trarli un'altra volta
d'un'altra patria in mare, in preda a' vènti
senz'alcun pro, senza cagione alcuna,
quando anco a pena di Sidon gli trassi
per ritôrli da man d'empio tiranno?
Ah! muor piú tosto, come degnamente
hai meritato; e pon col ferro fine
al tuo grave dolore. Ah, mia sorella!
tu sei prima cagion di tanto male;
tu, vinta dal mio pianto, in quest'angoscia
m'hai posta, e data ad un nemico in preda;
ché dovea vita solitaria e fera
menar piú tosto, che commetter fallo
sí dannoso e sí grave, e romper fede
al cener di Sichèo».

(Entra Carneade)

Carneade: «Oh Cantor di Roma, e Sommo Vate dell’Umanità tutta…
Che travalicasti il mare e le alte cime, per giunger ai popoli del tuo tempo, ed i millenni, per giunger fino a noi.
Lascia or che il destino complotti contro gli Dei…
Non biasimar la mia meschina penna, perché non son Vate, e nemmen Poeta.
E non fermar la mia mano, perché son certo che tu l’approvi».

Virgilio: «Muovi solerte allora, perché il destino rimane avverso.
E ricorda al tuo tempo che non ho scritto una volta per tutte, ma tutte le volte in una sola.
Non ho scritto una volta per tutte.
Ma ho scritto una volta per sempre».

Carneade: «Maestro, il nostro tempo è indaffarato in ben altro.
Ben altro ora si legge e ben altro si guarda.
Ma or prendo congedo, perché già conosci la mia missione, ed il tempo s’appresta».

Virgilio: «Rimani piuttosto, Carneade, e complotta contro il Fato.
Ché son io a prender congedo, ma non m’allontano che alla vista».

(Virgilio esce. Carneade si avvicina a Didone)

Carneade: «E’ ansiosa Didone.
Tanto ansiosa di por fine al suo tormento, da udir ancora il suo caro Sicheo che la chiama a sé25.
E fulgida creatura in fulgida veste, protetta dalla notte, per anticipar il tempo dell’ultima ora, sale con propizia torcia i gradini dell’alta pira, che mai più vorrà tornare a discender, bramosa di brandire il fatal dono del Troiano26, e con esso di troncar da sé medesima il biondo crine della sua vita27.

(Entra Cadmo e, rapido, raggiunge Didone)

Quando Cadmo, che nulla concede alle sue membra se il pericolo avverte, solerte l’affianca…».

Cadmo: «Mia Regina, cosa turba il vostro riposo?».

Carneade: «Come se egli non sapesse leggere tre vocali ed una consonante28, scritte sull’intera larghezza di una pergamena tanto grande da far vela ad un naviglio».

Didone: «Temo che l’ira di Iarba possa raggiungermi anche qui, tra le mie mura.
Ecco perché riprendo il dono dell’infido Troiano.
Tu va, Cadmo, ti prego: va a controllare i perimetri della mia Reggia».

(Didone, così dicendo, si avvicina alla spada. Cadmo la precede, brandendo l’arma di Enea)

Cadmo: «Lo farò, Regina. Ma prima condurrò io stesso la pesante spada ai vostri alloggi, se questa vi farà sentir più sicura.

(Le prende la torcia)

Così come vi assicuro che è pericoloso condurre anzitempo il fuoco alla pira».

Carneade: «Eppure i tempi di Didone sono giunti, Cadmo.
Non hai ancora compreso, Capitano?
Rapida, cammina ora Didone verso il suo letto di morte, ansiosa di congedare l’importuna Guardia».

Didone: «Ora va, Capitano. Raggiungi le tue guardie e poni una barriera invalicabile tra me e Iarba.
Ma prima rendimi la spada».

Cadmo: «Farò tutto quello che per la vostra incolumità si deve, ma a cosa vi occorre la spada, se son io a vegliar su di voi?».

Didone: «Ma son io la Regina, e questo io ti ordino».

(Didone riceve la spada. Cadmo esce da una parte, Didone e Carneade escono dall’altra)

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